Grazie, Presidente. Questo Documento di finanza pubblica che ci viene presentato - ricordo dopo quattro manovre di bilancio e tre anni e mezzo di Governo - è un verbale di resa.
È la certificazione di un fallimento perché in questo documento il Governo è costretto a mettere, nero su bianco, che il Paese è più fragile, cresce poco, produce meno, investe meno, consuma meno, i salari reali non recuperano ancora la grande inflazione (ci ha detto l'Istat pochi giorni fa che sono ancora inferiori del 7,8 per cento rispetto al livello, pur basso, di inizio 2021).
Il dato più emblematico, come è stato più volte ripreso in questo dibattito, è il dato sulla crescita. Un dato molto cupo che viene prima, indipendentemente dalla sciagurata guerra dell'Iran voluta da Netanyahu e Trump.
Abbiamo visto in modo chiaro che nel 2025 il tasso di crescita del PIL, più 0,5, contro una media europea dell'1,4 per cento. Le previsioni del Fondo monetario, dell'OCSE sono impietose e sono convergenti nel dirci che l'Italia resta inchiodata fino a tutto l'orizzonte di previsione, quindi fino al 2028, a una crescita molto bassa, di poco superiore allo zero, e sempre meno della metà della media dell'Eurozona, che pure non brilla. Quindi c'è una specifica fragilità del nostro Paese, che viene invece negata dalle fantasiose narrazioni del Governo e, ancora oggi, da quelle della maggioranza. Abbiamo sentito componenti della maggioranza parlare di un quadro macro economico positivo; ma io mi chiedo: avete letto lo stesso Documento che ho letto io?
Il punto che va riconosciuto, invece, che andrebbe riconosciuto è che le fragilità strutturali del nostro Paese, pur note da tempo, si sono accentuate in questi tre anni e mezzo. È una constatazione impressionante perché in questi stessi anni, nella nostra economia, sono arrivati 194 miliardi di PNRR - almeno per la parte già messa a terra -, più di 200 miliardi di bonus edilizi che, checché se ne dica, hanno sostenuto l'edilizia, che è stata uno dei motori della poca crescita che abbiamo avuto. Insieme hanno anche contribuito all'inedita crescita dell'occupazione al Sud, superiore rispetto a quella a Nord - di cui ci si vanta senza merito, senza merito, perché il PNRR non l'avete voluto voi -, insieme, eppure la crescita è inchiodata allo 0,5. Senza PNRR - ci dice questo Documento, ma ce l'aveva detto anche il precedente - il nostro Paese sarebbe in recessione. Cos'è successo, Presidente, cos'è successo? Il Documento non ci aiuta a capirlo. Il Governo fugge dalle proprie responsabilità e sbaglia, perché è evidente che delle responsabilità ce ne ha. Il confronto con gli altri Paesi - ripeto - è impietoso e ci dice la verità. È stato ricordato, anche da altri, che il Fondo monetario stima per la Spagna una crescita quattro volte più alte dell'Italia. In Paesi che una volta venivano considerati “PIGS”, maiali, le politiche per la crescita hanno fatto calare il rapporto debito/PIL. Nella loro diversità, Spagna, Portogallo, Grecia il PIL l'hanno visto sostenere da politiche strutturali, non da semplici trasferimenti, bonus e agevolazioni fiscali.
Quindi le cause della nostra situazione, diversamente da quello che ha detto pochi minuti fa il Ministro, che ci ha detto che dipendono dalla crisi internazionale, prima l'Ucraina ora l'Iran, dal protezionismo internazionale, certo sono elementi molto importanti, ma non sono alibi perché sono gli stessi fatti, lo stesso contesto in cui si muovono economia e Paesi che stanno andando molto, molto meglio di noi; ripeto, la Spagna quattro volte di più. Il nostro Paese ha punti di forza su cui si potrebbe lavorare: una rilevante base manifatturiera, imprese esportatrici competitive, competenze diffuse e università e centri di ricerca di qualità - che restano tali nonostante i biechi tagli a cui sono stati sottoposti da questo Governo -, una collocazione strategica nel Mediterraneo e in Europa. Quindi la bassa crescita non è una fatalità, non è un destino, non è una condanna. Bisogna solo non stare fermi, mettere a punto strategie per affrontare i problemi enormi che si devono affrontare, comprese tutte le transizioni: tecnologica, ecologica, demografica, il nuovo protezionismo alla Trump e così via. Restare fermi significa arretrare ed è questo che avete fatto. Questo Governo è stato fermo, immobile. L'unico vanto, l'unico obiettivo dichiarato da questo Governo e da questa maggioranza - l'abbiamo sentito ripetere tante volte negli interventi che si sono susseguiti - è la capacità di tenere sotto il controllo i conti pubblici. È un obiettivo importante ed è innegabile che passi avanti su questo sono stati fatti, ma, come ricordava - seppure entro un'argomentazione molto diversa dalla mia - il collega Bagnai, responsabile economico della Lega, il controllo dei conti pubblici, se non accompagnato a politiche per la crescita, diventa un rigore che si avvita su sé stesso; un'affermazione che serve a confutare anche l'altra affermazione su cui ha insistito molto il Ministro poco prima. Il Ministro ci ha detto: questo rigore che abbiamo avuto sui conti pubblici ci ha permesso di contenere la spesa per interessi e, quindi, controllare il debito. Vero, il rigore sui conti pubblici ha permesso di contenere la pure elevatissima spesa per interessi, ma anche in questo caso si dimentica di considerare il quadro completo. C'è una regola fondamentale, base, si chiama effetto snowball ed è ripetuto trattato ampiamente nel Documento di finanza pubblica.
. Questo effetto “palla di neve” ci dice: se il tasso di crescita dell'economia è più basso rispetto al tasso di interesse, si va a rotoli e il debito pubblico continua a crescere, a crescere e a crescere. Ed è esattamente quello che avviene secondo il Documento di finanza pubblica, quindi secondo il Governo: in tutto l'orizzonte della previsione noi avremo che questo effetto - il fatto di avere tassi di interesse più bassi, ma, soprattutto, un tasso di crescita più basso del tasso di interesse - ci condanna a vedere crescere il debito e, anzi, ci condanna a rendere inutile, perché di fatto lo compensa nei numeri, l'avanzo primario, cioè il sacrificio, che le vostre politiche ci stanno imponendo, di avere tasse più alte e spese più basse. Un capolavoro, un vero capolavoro: strozziamo l'economia e facciamo anche aumentare il debito. Applausi! Applausi, signori !
Di fronte a questo capolavoro emerge con forza il vuoto cosmico e il nulla contenuto in questo Documento: nessuno, nessuno, nessunissimo spazio per la benché minima ipotesi di politiche da intraprendere, soprattutto se proviamo a guardare al medio e lungo periodo, non politiche energetiche.
A fronte di questi fallimenti che queste politiche ci hanno lasciato, siamo più deboli, più fragili rispetto all'attuale crisi indotta dalla guerra nel Golfo; siamo più fragili per le politiche che non sono state fatte; siamo inchiodati alla nostra elevatissima dipendenza dalle fonti fossili da un Governo che non crede e rallenta l'investimento nelle energie alternative, né ci permette di mettere a frutto gli investimenti, che pure sono stati fatti, per ottenere che i minori costi delle energie alternative si traducano in minori costi delle bollette energetiche per famiglie e imprese. Non ci sono politiche industriali: la produzione industriale è in flessione dal 2023. Quali sono le politiche industriali del Governo?
Nell'audizione di martedì il Ministro Giorgetti ci ha detto che, nella sua visione, le politiche industriali le fanno non i Governi ma gli industriali. Bene, andate a vedere cosa è successo in Cina. Perché la Cina ha il primato nella produzione dell'auto elettrica? Perché ha fatto delle politiche non solo di finanziamento giusto e di sostegno all'offerta e alla domanda, ma anche perché ha acquisito il controllo sulla filiera, con investimenti strategici nel settore della batteria, nell'estrazione di terre rare, che hanno assicurato un vantaggio competitivo nei costi di produzione, con la creazione di infrastrutture adeguate, ad esempio l'installazione di una rete capillare di ricarica. Le politiche industriali sono una cosa seria: richiedono uno studio, richiedono una visione. Non c'è niente di questo nelle politiche seguite da questo Governo e non c'è niente di ciò in questo Documento.
Non ci sono politiche per il lavoro di qualità. Eppure il dato è evidente e c'è: l'occupazione cresce, cresce anche più del PIL in vari momenti; eppure questo significa solo che la produttività cala e che questa crescita si regge sul fatto di sfruttare i lavoratori e pagare bassi salari.
L'ultima cosa, per concludere: non c'è niente. Questo vuoto si riflette tragicamente nella risoluzione della maggioranza: guardatela, leggetela; mette le mani avanti alla ricerca di spazi di flessibilità se la situazione dovesse peggiorare - questo è un tema su cui si tornerà quando sapremo quando, come e per cosa - ma non c'è un solo punto programmatico. Confrontatela con i 26 punti che le opposizioni, insieme, vi stanno proponendo: il vuoto cosmico contro un insieme di proposte. Addirittura la cosa ridicola è una risoluzione di maggioranza che viene utilizzata per segnalare un errore del Documento di programmazione finanziaria: una maggioranza intera ridotta a correttore di bozze.
Chiudo, solo un secondo, con un accenno all'Istat. Alla ricerca dei colpevoli: questa volta la colpa è stata dell'Istat; hanno ragione. Trump ha licenziato la responsabile delle statistiche del lavoro quando ha osato segnalare che l'occupazione non andava come diceva il Presidente: licenziamoli tutti. Ha ragione il Giornale, quando scrive: “Istat, l'ente da 326 milioni che vuole affossare l'Italia”. L'Istat non deve dire la verità: deve dire le bugie, se questo serve a questo Governo per dire che è stato più bravo di quello che effettivamente è stato.